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Intervista a Derrick de Kerckhove su Wikileaks

Redazione

06.12.2010 – Julian Assange L’INTERVISTA: "Assange, artista del Web"

EUGENIO OCCORSIO

«È un momento epocale nel passaggio verso la democrazia della trasparenza. Assange è un artista». Un artista? «Sì, perché come i grandi maestri rinascimentali ha saputo imprimere il suo marchio a un’epoca, alla nuova rivoluzione sociale: ha scosso il mondo dal conformismo utile ai potenti». Derrick de Kerckhove, il più prestigioso massmediologo in circolazione, classe 1944, irrompe con l’entusiasmo di un ragazzino nell’aula magna della Fiera del Levante, sciarpona rossa al collo, capelli bianchi al vento, gli occhi azzurrissimi più guizzanti che mai. De Kerckhove parla a valanga un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano, e ora ci mette anche il tedesco: «Mi sento uno schlaues kopfchen, una testa che gira a mille. Momenti come questo mi danno la spinta, una scossa di adrenalina, mi rimettono in circolo l’energia per intraprendere un sacco di ricerche e di iniziative». Sta per tenere una conferenza su "Potere e sfera pubblica nell’era delle reti" che sarà, neanche a dirlo, applauditissima da un pubblico di ragazzi allegri e grintosi come lui.
Professore, il suo entusiasmo è comprensibile ma lo sa che Assange è un ricercato internazionale, sospettato di servire una Cia dentro la Cia o chissà quale altra potenza, e che tutti si chiedono da chi sia finanziato e manipolato anche perché di trasparenza, proprio il suo vessillo, ne garantisce assai poca?
«A costo di sembrare ingenuo, invece credo a quel che leggo, cioè che Assange e i suoi proseliti abbiano dato vita a una fondazione nonprofit, si siano autofinanziati per tirar fuori dai computer del Dipartimento di Stato quei file, e che lo abbiano fatto per gusto di sfida, per amore della democrazia e magari perché ce l’hanno con l’America. Dobbiamo dargli torto?»
Veda un po’ lei...
«L’America è diventata il tempio del conformismo. Io sono stato ricercatore per due anni a Washington alla Library of Congress dopo l’11 settembre, e quando insinuavo qualche dubbio, per esempio mostravo studi scientifici che dimostravano che era impossibile far crollare le torri "solo" con gli aerei senza cariche esplosive alla base, o rilevavo timidamente che solo l’aereo della famiglia Bin Laden aveva potuto uscire dagli Stati Uniti quando lo spazio aereo venne chiuso, venivo guardato come un marziano, la gente cambiava marciapiede».
Ma proprio quest’odio antiamericano non potrebbe averlo indotto a confezionare un gigantesco falso?
«Tutto questo un hoax, un bidone? Allora Assange è ancora più artista. No, secondo me i file sono veri. Non sto dicendo che siano vere le cose che contengono, anzi: che Abu Mazen fosse stato messo al corrente dell’intenzione israeliana di bombardare Gaza nel 2008 lo hanno smentito i palestinesi, che la Corea del Nord condividesse la potenza nucleare con l’Iran lo ha smentito Ahmadinejad, che l’ordine di spiare Ban Kimoon l’avesse dato la Clinton l’ha smentito la Cia che ha detto: macché, era un’idea nostra. Eppure, nella testa dei diplomatici americani queste idee hanno circolato, ed è una giusta operazione di trasparenza far sapere al mondo che persone così importanti erano convinte di tutte queste fesserie. Lo dissero con singolare concomitanza nel 1918 il presidente americano Woodrow Wilson e il neoministro degli Esteri sovietico Lev Trozki: finché ci sarà la diplomazia segreta non ci sarà la democrazia. Finalmente, forse, quasi un secolo dopo ci siamo».
Assange sostiene di essere in pericolo di vita…
«Ma no, che senso avrebbe ucciderlo? Certo, colpirebbero un simbolo, ma sarebbe come uccidere Obama».
Obama?
«Voglio dire che la rivolta popolare e anche militare contro un fatto di tale gravità sarebbe tale da vanificarne qualsiasi valenza rivoluzionaria, anarchica o di chissà che diavolo di genere. Assange potrebbe andare in prigione, questo sì, come è successo a più riprese per tanti hacker del passato, da Kevin Mitnick, il più famoso di tutti che si è fatto sei anni, a Robert Stallman, quello che salutava dicendo "happy hacking". Siamo realisti: piuttosto il vero pericolo lo sa qual è? Che tutta questa ventata di democrazia porti dietro di sé la restaurazione di un ordine che non riesco a definire altro che fascista, in cui le libertà vengono mortificate, la trasparenza annullata».
Una reazione fascista, lei dice, per mettere a tacere le tante verità scomode?
«Certo, e allora il conformismo, che oggi dilaga e che WikiLeaks cerca di superare, tornerebbe ad essere lo standard di vita. Questo è il rischio, però se questo scenario dovesse verificarsi, bisogna chiedersi cosa succederebbe ancora dopo, quale sarebbe la reazione alla reazione: bene, il passo ulteriore sarebbe una vera rivoluzione sul modello francese. Vede? Non conviene a nessuno tornare indietro. Per questo dico che la svolta di Assange è irreversibile. Poi volevo ricordare che stavolta hanno fatto il botto, ma non è certo l’unico scoop di WikiLeaks, che esiste da anni e ha rivelato la corruzione in Kenia, il doppio gioco del Pakistan, i traffici di oppio in Afghanistan, le vessazioni a Guantanamo, le torture di Abu Graib, tutte cose non smentite». Ma a parte gli aspetti politici, dal punto di vista scientifico, massmediologico, cosa le suggerisce l’esperienza WikiLeaks?
«Beh, è sicuramente un trionfo di Internet e della natura di trasparenza che ha insita. Una forza tale da contrapporsi ormai a quella dei governi o delle grandi banche, tutte entità che risultano infatti spiazzate di fronte a un’operazione mediatica come questa. Certo, serve la maturità delle popolazioni perché non prendano per oro colato tutto quello che va in rete, e qui resta fondamentale il ruolo dei giornali che riordinano le notizie, le gerarchizzano, evitano che si trasformino in micce accese. Però l’interesse con cui questa storia è stata presa dall’opinione pubblica indica che c’è un desiderio inespresso di verità, o almeno di spiegazioni, quali sono sistematicamente mancate in tutti i grandi scandali e le grandi crisi, dalle Savings & Loan alla vicenda LewinskiClinton, per non dire di tutti i casi più recenti e ben più gravi. Non vorrei ricordare ancora l’11 settembre...»
E secondo lei questa maturità c’è? Tanti parlano piuttosto di componente voyeristica, di gossip...
«Intanto c’è una componente informativa formidabile, pensi ai recenti disordini in Iran documentati solo via Twitter. Il web garantisce una trasparenza democratica contro qualsiasi abuso. Ma va preso con intelligenza. Assomiglia alla Bibbia come numero di sedicenti verità rivelate e codificate, ma come la Bibbia non dice tutte cose vere. Voyerismo? Il mio maestro McLuhan diceva: verrà il momento in cui metà del mondo sarà impegnata a spiare cosa fa l’altra metà. E non c’era ancora Internet. Capito che capacità profetica? Una certa ingenuità alla Pinocchio che guarda incuriosito il prato di monete, è insita nell’uomo e inevitabile. Diciamo che stiamo vivendo Pinocchio 2.0 e rischiamo di finire nella pancia della balena mediatica».
Proviamo a riassumere: bisogna stare attenti a non smettere di crescere, e usare costruttivamente i nuovi strumenti mediatici...
«C’è un cambiamento strutturale, antropologico, dello stesso essere umano. Un tempo si cresceva in silenzio, si studiava, ci si migliorava, come diceva Victor Hugo eravamo noi stessi "la forza che va avanti". Oggi, quello che conta è l’intelligenza connettiva, per lavorare insieme ma anche per sviluppare passioni e sentimenti, possibilmente solidali. La connettività, come dice Pierre Levy, "è un incontro sinergico dei singoli soggetti per raggiungere un obiettivo". Insomma, l’identità è la tua capacità di relazionarti in un network. Tutto cominciò con la diffusione dell’elettricità, poi arrivò il telefono, infine Internet e il cerchio si è chiuso».
Torniamo con i piedi per terra. Come finirà l’avventura di Assange?
«Sono veramente curioso, come tutto il mondo del resto, di vedere le prossime notizie sensazionali che promette, a partire da quelle sulle banche. Inutile dire che vorrei leggere qualcosa sull’11 settembre. Ma in generale, direi che l'opera di Assange segna un punto di non ritorno delle democrazie: non potrà più esistere una diplomazia segreta e incontrollata, e questo si deve a Internet. Tutto questo è utile perché il pianeta deve sviluppare qualche forma di attenzione più vigile, più mobile, accettare meno le versioni di convenienza. Per formare gli anticorpi servirebbe un antibioticobomba, ma anche queste dosi omeopatiche sono sicuramente giuste».


[da Repubblica.it - Affari & Finanza, del 6 dicembre 2010]


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